“Non
c’è riconoscimento giuridico delle Unioni civili, non ci potrà
essere un appoggio di gay e lesbiche al programma dell’Unione.
Gli impegni precedentemente assunti dai leader del centrosinistra
e dal candidato premier sono stati stracciati. Il centrosinistra
italiano ha deciso che la benevolenza elettorale delle gerarchie
vaticane è un bene superiore ai diritti delle persone. Ci
auguriamo che le forze politiche che sappiamo avere realmente a
cuore i diritti civili si battano affinché veda la luce quel
nuovo istituto giuridico, diverso e distinto dal matrimonio, che
è nella legislazione di tutti i grandi Paesi europei”.
Il
presidente nazionale di
Arcigay Sergio Lo
Giudice si fa
portavoce della rabbia di gay e lesbiche di fronte al risultato
dell’incontro della scorsa notte in cui i leader dell’Unione
hanno licenziato l’ultima versione del programma, da cui
scompare il riferimento alla realizzazione dell’istituto delle
Unioni civili concordato nell’incontro di San Martino in Campo
del 5 e 6 dicembre scorso, che conteneva un impegno preciso:
«Le
unioni civili come riconoscimento giuridico di una forma di
relazione capace di assicurare prerogative e facoltà e di
garantire reciprocità nei diritti e nei doveri. Punto di
riferimento è il lavoro svolto nell'ambito dell'indagine
conoscitiva sulle "unioni di fatto e il Patto civile di
solidarietà", condotta dalla commissione Giustizia della
Camera dei deputati. Al fine di definire natura e qualità di tale
forma di unione, non è dirimente il genere dei contraenti e il
loro orientamento sessuale; va considerato, piuttosto, il sistema
di relazioni (amicali, sentimentali, assistenziali, di mutualità
e di reciprocità) — la sua stabilità e la sua intenzionalità
— quale criterio qualificante la scelta dell'unione».
“Quella
formulazione rappresentava un punto di sintesi fra le diverse
culture politiche che compongono l’Unione – spiega la
presidente di Arcilesbica, Francesca
Polo -. Essa, tuttavia,
riusciva a tenere conto anche della legittima ed indifferibile
richiesta avanzata dall’ampio movimento che nel Paese sostiene
la necessità di una legge sui Pacs: un riconoscimento giuridico
pubblico delle coppie che vogliano accedere al nuovo istituto. Il
testo licenziato ieri tradisce quelle istanze”.
La
nuova formulazione, che ha registrato il disaccordo della Rosa nel
pugno, elimina il riferimento all’istituto giuridico e parla
solo di diritti delle singole persone:
"L'Unione
proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e
facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al
fine di definire natura e qualità di una unione di fatto non è
dirimente il genere dei conviventi e il loro orientamento
sessuale. Va considerato piuttosto quale criterio qualificante il
sistema di relazioni sentimentali, assistenziali e di solidarietà
la loro stabilità e volontarietà".
È
la soluzione che era stata indicata dal cardinal Camillo Ruini,
presidente dei vescovi italiani che, già nel settembre scorso,
aveva suggerito di percorrere
"la strada del diritto comune, assai ampia e
adattabile alle diverse situazioni" e di procedere a
promulgare "eventuali norme a loro tutela”.
“Puntare
a tutelare singoli diritti al di fuori del riconoscimento
giuridico pubblico della coppia unita civilmente – aggiunge
Lo Giudice
-, significa non farsi
carico della dignità sociale di milioni di coppie di fatto e
ignorare le esigenze costituzionali di tutela giuridica delle
formazioni sociali, come affermato dall’art. 2 della nostra
Costituzione. Prodi aveva detto di non volersi ispirare a Zapatero
ma ad Aznar, ma questa proposta è più arretrata di quella del
Partito Popolare spagnolo. Così si disattende la Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione europea. L’’Unione è
ancora in tempo: non tradisca le attese di milioni di italiane e
di italiani”