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LETTERE A LIBERAZIONE

Vorrei aggiungere, precisare alcune cose all'articolo di
Elena Biagini "Mi chiamo Italo." di sabato 26 luglio.
In quanto testimone e diretto interessato, ero responsabile
culturale del circolo Arcigay di Trento, e poi del Trentino,
quando fu eletto presidente Enrico Oliari, devo ricordare
che la sua elezione avvenne in un periodo in cui nessun
altro gay trentino era disponibile a dare la sua
visibilità per tale carica e la sua scelta non fu dovuta
alla sua derivazione politica ma solo alla sua volontà e
forza nel lottare per raggiungere la visibilità e i
diritti delle persone omosessuali. Poi, era desiderio sì
suo, ma pure di noi tutti, iscritti e responsabili del
circolo, di cercare di rappresentare tutti i gay, senza
chiedere a nessuno se avevano qualche tessera politica, o
meglio partitica, e senza discriminazioni: bisogna ricordare
che ArciGay era allora (quasi) l'unico movimento di
persone omosessuali sul territorio italiano. Il suo
definirsi di destra, di origine missina, ma "non
fascista", ci sembrava comunque una contraddizione in
termini (e infatti quante discussioni e quante ironie quando
gli dicevamo che ci sembrava come quei contadini che si
buttano la zappa sui piedi!); ma nei suoi atti e
comportamenti abbiamo sempre notato la coerenza di idee
liberali e il tentativo di rispettare le idee e ideologie
altrui senza pretendere di "convertire" alle proprie
(come per es. nell'organizzazione del Pride di Venezia del
1997). Quando pertanto ha deciso di organizzare Gaylib e ci
siamo separati, gli abbiamo fatto i nostri migliori auguri
per il "coraggio" dimostrato (fare un'associazione di
gay del centro-destra!) e per un futuro di possibili ed
eventuali collaborazioni per la causa comune delle lotte
contro l'omofobia e per l'acquisizione dei diritti per
tutti i gay, lesbiche e trans. Abbiamo anche presentato il
suo libro divertente e  inedito "Omo delinquente" due
anni fa, vista la sua disponibilità e la sua attenzione e
rispetto per le iniziative svolte da noi dell'ArciGay del
Trentino. Questo vuol dire che si può collaborare e
"ritrovarsi" assieme con i gay che si definiscono di
destra? Io parlo solo per la mia/nostra esperienza diretta e
personale con uno di loro, ma penso che se si vuol fare un
pezzo di strada insieme nelle nostre lotte bisognerebbe
condividere qualcosa di più del "semplice"
orientamento sessuale, almeno un "minimo comun
denominatore" di rispetto reciproco, non violenza e
antirazzismo e sessismo. Sul fatto dei gay di destra, penso
che sia una contraddizione personale loro, di quelli che si
percepiscono, pensano, "identificano" come gay e nello
stesso tempo aderiscono a ideologie xenofobe, razziste,
sessiste e direttamente omofobe: questo sì mi pare un
masochismo ottuso e non liberante! Ma è indubbio che oggi
in Italia tanta parte degli omosessuali abbia votato per il
centrodestra (e la Lega!), e proprio perché non ha messo
in primo piano la propria esistenza e la propria identità,
e quindi la "questione omosessuale", ma per la
precarietà, la sofferenza e le paure soggettive percepite
della vita, come tutti gli altri!
Per quanto riguarda il se e il come relazionarsi con un
sindaco di destra, lascio al "buon senso" e al criterio
di ciascuno/a nel proprio territorio come risolvere la
questione (anche perché in Italia è già così
difficile relazionarsi con un sindaco di
centro-sinistra!.) data la sua complessità e il
desiderio di veder realizzati nel quotidiano (e non in un
futuro ipotetico!) le lotte per l'eguaglianza e la
parità di diritti per tutti/e. Infine, sulla figurina di
Italo, penso che l'ideatore della campagna sappia
"difendersi" da solo; e poi mentre ci si dimentica tutto
l'insieme (benissimo realizzato e originale), quella
figurina, che non è piaciuta a molti, ma ad altrettanti
è parsa ironica, è stata utile per farci discutere e
approfondire le cose e le situazioni reali, per farci capire
che la realtà è più complessa di quel che si vorrebbe
e che bisogna vederla nel suo essere totale, senza lasciarsi
trascinare da troppo facili semplificazioni e da termini
tranchant.

Stefano Cò, presidente del Comitato Provinciale del
Trentino "8 luglio"


Già dopo l'articolo di Emiliano Settimi del 5 luglio
scorso volevo rispondere e puntualizzare su molte cose ed
affermazioni, ma Aurelio Mancuso ha risposto molto bene su
tanto di quello che avrei scritto anch'io; il pezzo di
Giovanni Campolo del 27 scorso, stimolante ma non sempre
condivisibile, mi spinge a provare a dare qualche
riflessione a una discussione che merita di essere fatta, ma
che forse è partita non del tutto con l'andatura giusta.
Già la definizione di "gay benpensante" tentata non mi
convince compiutamente, quando si può pensare che in
Italia paradossalmente il gay non è mai del tutto nato,
dato che molti omosessuali non si definiscono tali ma
cercano altre parole o termini per identificarsi, l'ultimo
parrebbe la definizione di "queer", ma in una maniera
tale che mi sembra una parodia e una estensione troppo vasta
e generica di quella dei teorici anglosassoni, e in primo
piano degli/delle studiosi/e americani/e.
Questo gay benpensante parrebbe l'omosessuale "velato"
e nascosto che non vive nel proprio quotidiano il proprio
orientamento sessuale e la propria acquisita e complessa
identità: identità che ovviamente non dovrebbe mai del
tutto essere "fissata" e "ferma", sempre pertanto in
fieri, ma con alcune basi e criteri da cui partire per
realizzare una vera e propria "autenticità". Può
essere che allora ci sia davvero della falsa coscienza, e
dell'ignoranza di molti giovani (solo?) sull'origine
della lotta del Gay Pride, ma non nei modi semplificatori
riportati da Campolo: si può partire dalla propria
autodefinizione e dalla propria "costruzione di sé"
per arrivare a rendersi pienamente consapevoli dei rapporti
di potere nella società in cui si vive e si è venuti al
mondo e riuscire a divenire critici versi di essa, ma non
necessariamente trovarsi la teoria bell'e pronta da usare!
Allora la storia del movimento gay italiano ci serve da
memoria, da utensili per l'uso, da Mario Mieli sicuramente
in poi, ma anche gli altri studiosi, più "umili" e
"modesti", storici e sociologi, antropologi e
giornalisti, come per fare un nome il compianto Massimo
Consoli, un vero e proprio archivista di tale movimento da
non dimenticare: è vero che spesso la trasmissione della
memoria è fallace e discontinua, come molte femministe,
maestre di vita e capacità intellettuale, mi/ci hanno
insegnato, ma non possiamo dismettere il nostro compito di
raccontare, testimoniare la nostra storia, provare e
riprovare a farla vivere nel presente e nel futuro!
Cercare le colpe poi mi sembra una forma di vittimismo e di
rinuncia a proseguire nella ricerca e nella lotta per
raggiungere i bisogni e i desideri che vogliamo e tentiamo
di costruire ed avere. Entra in ballo allora la questione
della felicità e della sessualità: è giusto dire che
sono queste le parole chiavi, ma io aggiungerei che è ora
di parlare, incominciare a trattare con la omoaffettività,
perché forse la parola "sesso" è diventata troppo
ab/usata, non è più solo repressa e una cosa di cui
vergognarsi, ma è stata portata all'attenzione di
tutti/e, troppo esposta nella scena pubblica, nella
"pubblicità" degli esseri umani e in quella vera e
propria di esposizione e vendita di merci. Si dovrebbe
allora capire che la sessualità non è solo esposizione,
ma "mistero" e qualcos'altro, e rimettersi a
studiare/usare/partire da studiosi "gay" (sì!) come
l'ultimo Foucault e Barthes per es., e che il concetto di
osceno è anch'esso storico, e quindi variabile, non
possiamo pertanto fossilizzarci su concetti e stilemi
freudiani che si sono sclerotizzati e  hanno limitato tante
altre possibilità di capire/rsi (vedi la J. Butler, ecc.).
Quindi il problema della monogamia non mi fa paura, come ad
altri, ma mi fa pensare a costruire dei rapporti veramente
autentici e felici in cui si realizzi in tutte le sue
potenzialità una relazione tra l'"io" e il "tu",
capace contemporaneamente di saper dialogare con tutti gli
altri/e che costituiscono la comunità più ampia in cui
si con/vive (per non ricadere in un libertinismo etero,
conservatore e aristocratico!). Sul matrimonio gay, poi, ci
sarebbero da dire troppe cose per ridurle a
superficialità, ma mi viene in mente che, pur non essendo
personalmente d'accordo nel concepire e ridurre a norme e
contratti le relazioni affettive e amorose (in parte quindi
d'accordo con Bourdieu, ma si dimentica delle strategie e
tattiche storiche di raggiungere e ottenere dei diritti
universali!), mi viene il dubbio che potrebbe essere la
forma  la strategia per cambiare in futuro le strutture
familiari e farle diventare veramente universali e  sì
"naturali"! Infine sulla "perdita" del movimento e
sull'universalismo, anche se della sovversione e della
rivolta, mi verrebbe da dire, marxianamente, storicizziamo,
storicizziamo!, e seguendo i migliori risultati e spunti
degli studi "culturali", "postcoloniali" e pure
"gay" e "queer", di saper "relativizzare" e
ascoltare gli eventi, gli avvenimenti e le esperienze umane,
senza farsi prendere da troppe e rigide pretese
universaliste (che a volte sono totalizzanti!); e fare
inchiesta, come stiamo facendo (in primis noi
dell'ArciGay) nei nostri siti, nei nostri social network,
nei dibattiti e nei nostri luoghi. 
Spero di aver contribuito ad avviare un "serio" (e non
serioso) e sereno, ricco, dibattito...        
Stefano Cò presidente Comitato Provinciale ArciGay del
Trentino "8 luglio" 

 

gli eventi di TERLAGO

 

 

 

SILENZIO E OMOFOBIA

Non si può non rispondere alla signora Stefania Rossetti per le sue poche ma infelici parole di qualche giorno fa. 

E' la “cultura” del silenzio che crea l’emarginazione, la marginalità di determinate persone, la clandestinità che permette di costruire un mondo “altro” che di per sé diventa “mostruoso”, il brodo di coltura della repressione e della discriminazione, anche di “razzismo”, sulla base della identità e dell’orientamento sessuale.

Evidentemente la storia non sempre è “maestra di vita”, quando la si dimentica o la si stravolge: abbiamo appena ricordato durante il periodo attorno alla Giornata della Memoria del 27 gennaio la repressione verso le persone omosessuali che è avvenuta anche nella nostra nazione, una repressione che non ha sterminato gli oltre centomila omosessuali come è avvenuto nella dittatura nazista, ma ha confinato nella miseria, in territori lontani dai propri, appunto nella clandestinità, e costretto al silenzio, alla ”estraneità” e al negare se stessi le persone omosessuali di quel periodo.

Il volerci zittire è davvero il brodo di coltura di discriminazioni passate, presenti e future, l’omofobia millenaria che si ammanta di nuove consonanze, il volerci costringere nella “erba marcia” della pedofilia, ricostruendo ogni volta il meccanismo perverso di assimilare determinati individui con altri di tutt’altra identità, di voler creare “mostri” che null’altra colpa hanno che quella di voler esplicare, di voler vivere serenamente la propria identità sessuale alla luce del sole, non nel buio e nell’oscurità della doppia vita, della notte, del nascondersi, dell’essere “velato”.

E’ forse questo che fa paura, la visibilità e la conseguente richiesta di vivere e di avere dei diritti in quanto cittadini e esseri umani, diversi sì (come ognuno è diverso ad ogni altro!) ma uguali agli altri, a tutti di fronte alla legge, alle organizzazioni sociali e comunitarie: è quello comunque che sembra di percepire nelle poche infelici parole della signora Stefania Rossetti.

Per quanto riguarda poi al monito per non essere intervenuti, mi sembra si stravolga lo stato delle cose, il fatto che noi non sappiamo di atti violenti con minori di 14 anni, anzi siamo noi, adulti consapevoli, che siamo stati e siamo picchiati, repressi, “violati” dalle persone omofobe, dai bulli di paese e di città, allontanati dai luoghi “sicuri” e “pubblici” se abbiamo effusioni sentimentali che agli eterosessuali vengono permessi e tollerati, costretti quindi, molti ma non tutti comunque (perché ognuno ha il suo modo di esplicitare la sua identità e la sua personalità!), a cercare luoghi sempre più lontani, appartati, per poter sentirsi sicuri, felici, in pace e “accettati” dalla natura (come d’altronde è stato per varie secoli per tutti gli italiani, omo ed eterosessuali, o si dimentica la funzione della “camporella”, luogo per poter stare tranquilli, felici ed appagati!).

Se ci sono stati atti di violenza sessuale su minori, lo ripetiamo, noi li condanniamo, aspettiamo quindi gli accertamenti e le decisioni della magistratura, ma non facciamo sì che si sviluppi una “caccia alle streghe” odierna che non sa più dove fermarsi!

Forse è il caso che la signora Rossetti, visto che fa parte di una famiglia numerosa, impari a vedere le differenze intorno a lei, a convivere con gli altri orientamenti sessuali, a comprendere la loro potenzialità e ricchezza, a capire che si può essere genitori di figli omosessuali senza sentirsi in colpa, o vittima di chissà quale “complotto”, che la relazione genitori-figli è molto più varia e ricca se mette in primo piano la sensibilità, l’attenzione, l’ascolto e non la repressione, il nascondere la realtà, il rifiuto delle diversità altrui, l’essere capaci di chiedere una mano, un aiuto per la propria ignoranza e non accettazione del fenomeno, per la propria omofobia, a chi vive nella stessa situazione, come l’Agedo, l’associazione dei genitori degli omosessuali, in grado di dare una mano e fare chiarezza!

Questo perché anche noi vogliamo che in Trentino la vita degli adolescenti gay non si riduca più all’infelicità, al nascondersi e non accettarsi per quello che si è, costretti ad annullarsi come esseri umani, a dover rischiare la vita clandestina, se non la violenza, a non dover più essere silenziati con il rifiuto, l’indifferenza, o addirittura la “lobotomizzazione” psico-chimica, che porta molti giovani gay a pensare che l’unica alternativa sia il suicidio, la repressione o la violenza su se stessi, o la fuga totale da questa che evidentemente non è più una terra felice, il Trentino “isola felice”. Vogliamo parlarne! 

 Stefano Cò