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LETTERA AL CAPO DEGLI ALPINI DEL TRENTINO Dopo aver letto il resoconto dell’adunata alpina ad Ala, e ovviamente soprattutto il titolo del giornale “L’Adige” di lunedì 19 giugno, non posso non rispondere al presidente degli alpini trentini Giuseppe Demattè, non solo in quanto presidente del Comitato Provinciale dell’ArciGay del Trentino “8 luglio”, ma come diretto partecipante (non solo comunque in rappresentanza dei gay trentini) al Torino Pride 2006 a Torino.
Intanto
sgomberiamo il campo dal problema dei numeri, precisando che esso era
molto più ampio di quello preso in considerazione, e cioè più di 100
mila partecipanti diretti al Pride-corteo, mentre la stessa questura di
Torino ha dato il numero di 100 mila partecipanti complessivi (ma sappiamo
bene che le questure tendono sempre a dimezzare l’effettivo afflusso dei
partecipanti a un corteo!), quindi con i tantissimi torinesi che ho visto
ai lati delle strade attraversate possiamo ben dire che hanno assistito
all’”evento” Gay Pride più di 150.000 in tutto. E
visto che quasi tutti tra di loro dimostravano il loro interesse e la
maggior parte di loro anche una fattiva solidarietà, si può ben dire che
la città di Torino ha dimostrato di essere una città aperta e
disponibile alle differenze e alle diversità, non solo poi riduttivamente
sessuali, dei cittadini, compresi i suoi stessi concittadini che così si
“svelavano” nelle pubbliche strade e piazze in primo piano e con
soddisfazione reciproca. Apertura
e rispetto (che noi preferiamo a una “pelosa” tolleranza) che
evidentemente mancano al capo degli alpini trentini, quando pretende di
mettere “fuori porta” dalla cittadinanza una parte di cittadini
italiani: invece noi ne siamo parte attiva e ben consapevole, in quanto
poi noi rispettiamo davvero le differenze e tutte le diversità di tutti i
nostri concittadini, avendo subito e subendo ancora discriminazioni e
intolleranze. Spero
che egli impari qualcosa dalla storia, dall’esperienza vera e
dall’incontro con le altre diversità e differenze, perché così
dimostrerebbe di essere quello che si dice un “vero essere umano”; gli
ricordo comunque che nel richiamo alle “tradizioni” che egli vuole
“preservare” (e personalmente aggiungo anche giustamente!), dovrebbe
poi non di-menticare che tra i suoi stessi associati ci sono e ci sono
stati tanti omosessuali, “negati e repressi” sì, ma sono esistiti
(basta che vada a vedere i “graffiti di amore” tra alpini e soldati
scritti sulle trincee nelle rocce del fronte della prima guerra mondiale
sopra Rovereto, e su altri fronti ovviamente, che ho visto io stesso anni
fa!). Noi
omosessuali non abbiamo dunque niente contro gli “uomini in divisa”,
visto che tra di loro ci sono tanti nostri compagni, sodali ed
“amici”, quando essi svolgono il loro la-voro con abnegazione e senso
del rispetto per le altre persone che dovrebbero “difen-dere”;
pertanto lo invito a riflettere e a farsi delle reali domande, nella mente
e nella coscienza del cuore, prima di darsi delle risposte pregiudiziali e
intolleranti. E
se vuole poi lo invito pure a un incontro chiarificatore e rispettoso
delle altrui differenze, per una conoscenza vera e ricca che possa e
sappia produrre civiltà e reale democrazia. Stefano
Co’ Presidente
Comitato Provinciale ArciGay del Trentino “8 luglio” 19
giugno 2006, Trento
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